Maria grazia gentile - Fisioterapista - Studio Riabilitazione
Il Magico Vedere 2016: Terza Giornata Europea Metodo Bates - 02/10/2016
Domenica 02 OTTOBRE 2016
NARNI SCALO (TR)
Via Minerva 6 (Sede dell’Assoc. Minerva)

MATTINA: Introduzione al Metodo Bates e alla Visione Naturale dalle ore 11,00 – 12,30 Alle ore 13,00 coloro che desiderassero partecipare tutta la giornata, possono provvedere autonomamente con il pranzo al sacco, o approfittando della pizzeria al taglio che si trova lungo la Via Tuderte. POMERIGGIO: Si riprendono le attività, nel delizioso giardino [...]
SVILUPPO DELLA VISTA IN DISTANZA
·SVILUPPO DELLA VISTA IN DISTANZA Margaret Darst Corbett: Vedere meglio senza occhiali ” Circa il settantacinque per cento dei bambini sono sufficientemente equilibrati da compiere gli studi scolastici senza rovinarsi la vista. Gli altri escono dal cimento dell’educazione con la miopia o altri difetti visivi. ALDOUS HUXLEY. LE PERSONE dalla vista corta temono non solo la distanza, ma, nel loro intimo, perfino il dover guardare una cosa distante. Questo timore implica uno sforzo mentale che contrae i muscoli dell’occhio, quelli cosiddetti obliqui; e impedisce la visione da lontano. È appunto il timore di essere incapaci di vedere ciò che la mente afferma dovrebbe esser visto, ad elevare davanti ai nostri occhi una sorta di barriera che si frappone tra essi e l’obiettivo della visione. Di conseguenza, anche la mente si arresterà dì fronte ad una barriera quando dovrà interpretare tale obiettivo. Uno scrittore dal pensiero lucidissimo ha recentemente affermato, su una rivista, che l’accettare la visione di un oggetto quale è, il vederlo senza idee preconcette circa le sue caratteristiche, costituisce la base di una buona vista. Se una persona fissa un oggetto senza essere in preda alla paura, che è uno stato mentale, l’oggetto stesso assumerà una forma e la mente avrà la possibilità di sviluppare l’immagine registrata. CHE COS’È LA DISTANZA? Non bisogna temere la distanza. Nel lontano 1700, il vescovo George Berkeley scrisse che la distanza non è che una linea retta che, partendo dagli occhi, attraversa lo spazio. È impossibile vedere la distanza e, quindi, non dobbiamo sforzarci di vederla. Essa non è che l’espressione di un giudizio basato sul ricordo di esperienze passate, un paragone effettuato mediante l’immaginazione, un processo di ragionamento per mezzo del quale possiamo concepire lo spazio e gli oggetti che vi si trovano. Ad esempio, quando viaggiamo a bordo di una nave, se l’acqua è calma e non sono in vista nè terre nè altri obiettivi che consentano paragoni o valutazioni, l’orizzonte ci parrà vicinissimo. Questo perché la mente non ha nulla a disposizione su cui dare le sue valutazioni di spazio e di distanza. Però a qualche chilometro si scorge un faro oltre di esso una nave, allora l’orizzonte pare spingersi sempre più lontano e noi ci rendiamo veramente conto della sua distanza. Le nostre precedenti esperienze ci dicono che il faro, che appare grande, deve essere vicino e il transatlantico che, al confronto, appare piccolissimo deve essere lontano; ciò perché sappiamo che un transatlantico è, in realtà, molto più grande di un faro. Comprendiamo infatti che è la distanza che crea l’illusione ottica. La distanza è quindi una valutazione mentale, non una sensazione visiva; un problema per la mente, non per l’occhio che si posa su un oggetto. Il vescovo Berkeley enunciò, molti anni fa, il principio del dottor Bates che la visione è un’attività inconscia, che non possiamo comandare agli occhi nè volgerli in un determinato modo, nè costringerli coscientemente a vedere in distanza poiché la distanza costituisce un atto mentale, l’espressione di un giudizio o di una analisi che deve prendere in esame tutti i dati di fatto presentati dall’occhio, e Organizzarli poi nella mente. Dovete saper distinguere mentalmente l’aspetto diverso che assumerebbe un uomo quando fosse guardato alla distanza di un chilometro e quando a quella di tre metri. Ci sarebbe una rilevante differenza nelle proporzioni, nella chiarezza, nella massa, nei particolari. Dovete quindi servirvi dell’immaginazione per decifrare ciò che vedete e stabilire che si tratta di un uomo e non di un palo, ma di un uomo visto da una grande distanza. LA MENTE CHE RISIEDE DIETRO L’OCCHIO La mente che risiede dietro l’occhio normale compie tale valutazione inconsciamente. Essa individua un oggetto, fa un’infinità di congetture circa la sua identità e finalmente, dopo una serie di esperimenti e di errori, la verità, corroborata dalla memoria delle cose già viste, diviene dominio dell’occhio. Allora sopraggiunge questo pensiero: ” Ma sì, certo, è un uomo. Non potrebbe essere altro; strano che non l’abbia riconosciuto subito! “ La mente che risiede dietro un occhio difettoso non compie un simile lavoro; non pensa nemmeno minimamente di poter osare di compierlo. Possiede il concetto errato che debba essere l’occhio, da solo, a portare le immagini alla mente, e che questa debba attendere in uno stato di inerzia e di languido ozio. Un miope ritiene che servirsi della memoria o dell’immaginazione per agevolare la visione, non significherebbe vedere, ma indovinare. Egli, invece, per vedere da lontano, sforza i deboli occhi e serve dei muscoli per tentare di conquistare con la forza la visione. Questo tentativo non riesce mai e, anzi, indebolisce il visus. invece di lasciare agire da soli gli occhi indeboliti, nella speranza che possano identificare un oggetto, Un uomo può pensare di vedere la lettera C, ma la mente attende, distratta, che gli occhi, lottando strenuamente, riescano a identificare la lettera o abbandonino la partita. Invece dovrebbe dirsi: ” Vedo una lettera tondeggiante, potrebbe essere una C, una O oppure una Q “. Poi la mente, aiutata dall’occhio, dovrebbe interpretarla. È la lotta per colmare la distanza che determina la miopia. Conseguentemente, se vogliamo liberare gli occhi da ogni fastidio, dobbiamo desistere dall’abitudine di sforzarli. Sarà allora che si verificherà la visione. È incoraggiante il fatto che nessuno sforzo può essere costante. A volte, quando ci sforziamo di meno, la visione migliora immediatamente; quando invece ci sforziamo di più, la visione diminuisce. Tutti. i miopi che di tanto in tanto aboliscono gli occhiali avvertono che la visione da lontano si svela loro, talvolta, con una improvvisa chiarezza, pari a quella apportata dagli occhiali. Si tratta di una fuggevole parentesi di vista normale O più che normale, probabilmente di breve durata, poiché sopravverrà immediatamente la vecchia abitudine dello sforzo per vedere. Però questi transitori assaggi della visione di cui godono le persone dotate di vista normale incoraggiano il miope a sviluppare un rilassamento sufficiente a conservare il funzionamento normale degli occhi. Gli psicologi sono concordi nell’affermare che la paura provoca contrazione muscolare. I due muscoli obliqui che circondano l’occhio, permettendogli di allungarsi, sono, nell’occhio miope, contratti. Essi si allenteranno e collaboreranno con i muscoli antagonisti, i retti, solo quando gli occhi e la mente saranno rilassati; una buona visione, quindi, consiste nella buona abitudine di guardare in stato di rilassamento. Le buone abitudini possono essere acquisite solo mediante esercizi sull’uso corretto degli occhi, in modo che questi si comportino normalmente e senza essere costretti ad una continua attenzione. Il dottor John Dewey ci dice che la visione avrà luogo quando gli esercizi pratici integreranno l’abitudine della coordinazione occhio-mente fino al punto di renderla spontanea. Gli occhi miopi provano un così grande timore della distanza da perdere ogni velleità di vedere da lontano e lasciare che il mondo si esaurisca, per loro, in uno spazio vicino. Questa mancanza di attenzione mentale è una pessima abitudine. A occhi di questo tipo bisogna insegnare a tornare a pensare in termini di distanza e ad interessarsi alle cose lontane. Ciò rappresenta appunto il primo passo per liberarli dallo sforzo. Un giorno una ragazza miope diceva in tono di rammarico: ” Ma io non riesco a vedere all’estremità opposta della stanza! ” Le chiesi allora: ” Che cosa non riesce a vedere? Scorge la parete? Ne abbraccia l’altezza e la larghezza? Vede la porta e le finestre munite di persiane? Che altro c’è poi? Guardi e me lo dica”.. Ricevuto l’ordine di analizzare ciò’ che vedeva, la ragazza descrisse un quadro ad olio appeso alla parete, il soggetto in esso ritratto, una libreria, il vaso e i soprammobili posati su di essa, un lume, una poltrona, la scrivania e, infine l’occorrente per scrivere cioè una penna, una matita e una riga disposte su una cartella. Le venne quindi spiegato che il difetto non consisteva nella sua vista, ma nella sua mente, incapace di servirsi con profitto degli occhi. La stessa alunna entrò un giorno in una stanza della sua casa dove erano stati sistemati un divano e alcune poltrone nuove color verde smeraldo. I mobili precedenti erano di color marrone e sciupati, e il contrasto doveva quindi colpire l’attenzione di chiunque conoscesse la stanza. ” Le sono piaciuti i mobili nuovi, che ha visti passando? ” le chiesi. ” Oh, li hanno portati? ” rispose la ragazza, sorpresa. Aveva attraversato la stanza senza notare il cambiamento. Il divano e le due enormi poltrone non potevano sfuggire nemmeno ad una persona miope. La ragazza si era semplicemente rifiutata di guardare. E così che tutti i miopi trascorrono l’esistenza: le loro menti si astengono dal guardare. MIOPIA (Prima di eseguire questi esercizi, togliete gli occhiali.) i miopi debbono imparare varie cose, per poter vedere gli oggetti, in distanza, senza occhiali: Analizzate quello che vedete, osservate se si tratta di un oggetto grande o piccolo, dritto o curvo, alto o basso, spesso o sottile, largo o stretto. Gli occhi abituati a vedere le cose distanti più di tre metri come macchie confuse, sogliono ignorare i contorni (vale a dire i precisi punti in cui la luce abbandona l’oggetto) nè pensano mai di analizzare le forme, ciò che agevolerebbe la mente nel compito di interpretare l’oggetto osservato. Un buon esercizio consiste nel disegnare, ad occhi chiusi, con l’indice, le lettere maiuscole dell’alfabeto sul palmo della mano, e di ripetersi il contorno sommario di ogni lettera. La A è un angolo, la B, la C, la D, sono curve, la E è un rettangolo, la F è alta, ecc. Rimarrete sorpresi dall’interesse che le lettere susciteranno in voi. Molti miopi sogliono osservare: “Sì, ora che avete richiamato la mia attenzione su quell’oggetto, riesco a vederlo benissimo, ma prima non l’avevo notato”. Il motivo per il quale non l’avevano notato risiede nel fatto che i loro occhi non avevano percorso tutto l’oggetto, non si erano mossi. Si erano completamente fissati su un solo punto, cercando di assorbirlo come un tutto unico, di inghiottirlo, se così si può dire. Nè gli occhi, nè la mente possono funzionare in condizioni del genere. Essi debbono spostarsi in una rapidissima successione su ogni parte dell’oggetto, vedendone ogni proporzione separatamente per la frazione di un secondo, senza lasciarsi sfuggire nessuna particella. In altre parole, insegnate agli occhi a muoversi. Un buon esercizio consiste nel contare rapidissimamente una serie di cose. Non adatte alla precisione, ma imponetevi di contare. Scoprirete che l’occhio, esercitandosi ogni giorno, salterà un numero sempre minore di componenti di ogni serie di oggetti. Quali cose dovete contare? I festoni e le ripetizioni di un modello, i fiori di una tappezzeria, le righe di una stoffa, i libri su uno scaffale, i finestrini di un treno o di un tram che passa, le teste degli spettatori davanti a voi durante uno spettacolo, gli uccellini appollaiati sui fili del telefono. Se non siete fisionomisti, ciò dipende probabilmente dal fatto che non osservate i volti nel senso vero della parola. Insegnate alla vostra attenzione a percorrere tutti i lineamenti, da un occhio all’altro, da un sopracciglio all’altro, dal naso alla bocca, al mento e poi, di nuovo, agli occhi. Paragonate la forma e l’espressione degli occhi alla forma e all’espressione di altri occhi. Notate la proporzione o la disarmonia delle sopracciglia e delle orecchie. Studiate il naso, la bocca, il mento. Osservate se entrambi i lati del viso sono identici. Compiendo tale esplorazione, scoprirete particolari affascinanti. Quando avrete visto tutto il viso, potrete rammentarlo. Gli occhi sforzati cercano di assommarlo in un’occhiata. Si fissano su una sola parte e, naturalmente, non riescono a ricordare il resto. Gli occhi miopi si sentono tanto intimiditi dagli oggetti distanti che non vogliono correre il rischio di un insuccesso azzardando un’occhiata. Per tale motivo il mondo si restringe intorno ad essi in un campo sempre più limitato fino a che i miopi non pensano neppure a guardare quanto potrebbero scorgere. Nemmeno gli occhiali riescono a correggere questa abitudine mentale. L’occhio deve costantemente cercare la visione e il desiderio di conoscere la risposta alla domanda: ” Che cos’è? ” deve essere sempre più ardente. GLI OCCHIALI Spesso i nostri allievi miopi ci chiedono :”Dovrei togliermi gli occhiali immediatamente e non inforcarli mai più?” La risposta è: no. Non lasciate gli occhiali se non quando la vostra vista non sia in grado di funzionare ugualmente senza di essi. certo che non vi avvicinereste mai ad uno storpio, desideroso di imparare a camminare, per afferrargli le grucce e gettarle via. Gli insegnereste invece a servirsi gradualmente delle membra e ad acquistare una resistenza capace di farlo rimanere in piedi e di farlo camminare senza aiuto. Allora sì che lo storpio non avvertirebbe più il bisogno delle grucce. Analogo ragionamento vale per gli occhiali; col rafforzarsi della visione saranno frequenti le occasioni in cui non avvertirete il bisogno degli occhiali. Dobbiamo emancipare gli occhi dalle grucce a misura che la visione si sviluppa. Normalizzandosi la vostra visione e risultando gli occhiali da voi usati troppo forti, dovrete consultare l’oculista circa l’opportunità di passare a lenti più deboli. Gli occhi miopi vedono bene da vicino. Per essi non è quindi gravoso leggere anche una stampa minuta, purché il libro sia tenuto abbastanza vicino. Leggere da vicino con lenti da miopi riservate alla visione da lontano equivale a, leggere un libro col binocolo. Cercate invece di leggere ad occhio nudo. Mentre la visione da lontano si andrà regolarizzandosi scoprirete che gradualmente potrete allontanarvi il libro dagli occhi, sino ad una distanza normale. Avvertimento: non arrischiatevi a guidare l’automobile privi di occhiali, a meno che non abbiate superato l’esame di guida senza lenti. Rammentate che, finchè non raggiungono un grado di vista sufficientemente acuto, gli occhi sono non soltanto lenti nella percezione ma pigri nei movimenti. Nel pieno del traffico, gli incidenti si verificano in una frazione di secondo. Noi non imponiamo di togliere gli occhiali quando si guida; noi ricostituiamo il visus. Sarà lo stato ad esentarvi dall’obbligo delle lenti quando avrete acquistato una visione sufficiente a superare l’esame di guida. Gli occhi miopi in fase di rafforzamento, possono servirsi di occhiali forti per scorgere un oggetto che è al di là del loro campo visivo; non diversamente il capitano d’una nave si serve del binocolo per scorgere cose che sfuggono alla vista di occhi normali. Siate giudiziosi: non correte rischi ed evitate gli sforzi. Vi sono molti luoghi e molte situazioni che non richiedono una concentrazione mentale, e un occhio miope può servirsi del proprio potere a suo piacimento; ad esempio, quando ci si veste, al mattino.
QUEL CORPO COSÌ ESTRANEO CHE È...
QUEL CORPO COSì ESTRANEO CHE E’ PROPRIO IL MIO Cosa e’ successo tra noi e il nostro corpo da farci diventare così estranei? Non pensiamo che a Lui, non ci preoccupiamo che di lui, non vediamo altro che Lui. Eppure non riusciamo più a sentirlo, ad ascoltare i suoi messaggi, le sue necessità, i suoi bisogni. Noi ci ricordiamo di lui solo quando manda segnali di DOLORE Solo il DOLORE ci riporta alla presenza dell’IO. Quando un dolore o un disagio raggiunge la soglia necessaria a destare la nostra attenzione, l’IO diventa consapevole del suo involucro: il CORPO. Ma il nostro corpo non è composto solo della parte fisica densa, in esso vivono le nostre emozioni, i nostri desideri e i nostri pensieri. Ecco allora che ci affidiamo ad un esercito di specialisti: il dietologo, il naturopata, l’allergologo, lo psicologo, il personal trainer, il chirurgo estetico, l’estetista, il FISIOTERAPISTA…… che fanno da interprete tra noi e LUI. Così, andiamo dal medico ed è da lui, che senza troppo tergiversare, esigiamo la soluzione ai nostri problemi! Il “poveretto”, sicuro della sua laurea appesa alla parete, ci darà tutte le pastiglie “necessarie” e ci consiglierà tutte le analisi di cui pensa abbiamo necessità… E NOI seguiremo le sue prescrizioni ( a volte si, a volte no, dipende…). Poi, rimarremo o delusi se la cura non funzionerà o grideremo al miracolo se questa avrà successo. Ma noi che ruolo abbiamo realmente avuto in questa “possibile”risoluzione? Qual’é stato il nostro impegno a parte quello di portare con la mano una piccola pastiglia in bocca? NULLA! Abbiamo mai provato a chiederci il vero motivo per cui la nostra schiena si blocca o perché ci è venuta l’influenza, il mal di stomaco, etc., etc.? Sempre chiedo ai miei pazienti se è accaduto o hanno fatto qualcosa di particolare nella loro vita prima che fosse apparso il dolore. La maggior parte di loro risponde: “No, non ho fatto nulla, le solite cose…”. Poi chiedo:” Sei sicuro che non è accaduto o hai fatto nulla di diverso dal solito?” Perché ai miei pazienti rivolgo sempre queste domande? Vi faccio un esempio, il primo. Qualche giorno fa è venuta una signora con il colpo della strega. In passato aveva già fatto un trattamento con me per delle ernie cervicali . Le chiedo come mai le è venuto questo nuovo dolore. Sono certa che se avesse integrato nel suo schema mentale ciò che io le avevo insegnato avrebbe risposto subito al mio solito quesito, invece mi ha risposto: “Non ho fatto niente…le solite cose!“. Inizio il trattamento di Rieducazione e scopro così che come di solito, accudiva la madre allettata; purtroppo nel farlo, il giorno prima che le comparisse il dolore, mentre le prestava assistenza rigirandola nel letto, faticosamente, per un attimo ha avuto timore che l’anziana potesse cadere e, così, con una manovra brusca l’ha trattenuta…! E così, mi conferma: “Ho avuto un tale spavento! Con tutte le mie forze l’ho risistemata nel letto”. Dunque, quanto le è accaduto non è “la solita cosa”! Il gesto è stato inusuale, improvviso e faticoso, ma è stata la paura a scatenarle il dolore: un’emozione forte e profonda. Secondo esempio. Una ragazza sui trenta anni viene con un terribile dolore al braccio destro, veramente terribile. E il braccio sembra anche gonfio. Le chiedo le solite cose e lei mi dice che fa solo la segretaria e non si occupa della casa perché vive ancora in famiglia. Nessuna attività sportiva. Nulla.. Cominciamo il trattamento di Rieducazione e scopro che il suo braccio sembra quello di uno scaricatore di porto: duro e dal polso rigido. Mi sembra davvero troppo per una splendida signorina con i tacchi a spillo! Indago e scopro che quello è un periodo particolare, perché c’è la crisi e la sua azienda sta valutando chi tenere e chi licenziare. Lei sta facendo di tutto per accontentare il datore e quindi lavora al computer alacremente. Beh, direte voi, non sembra così faticoso fisicamente il computer……no, a meno che non trattiate il mouse come un leone feroce!!!! Si la delicata signorina, quando ha focalizzato l’azione ( su mia indicazione ) si è resa conto che maneggiava il mouse come se pesasse 10 kg e fosse anche imbizzarito! Povero braccio! Non vedeva l’ora che qualcuno lo liberasse da quella morsa di contrattura! (Non sottolineo, poi, il fatto che qualcuno la voleva operare al tunnel carpale!….. E qualcun altro ad una piccola ernia cervicale! ). Anche qui, il lavoro eccessivo ma soprattutto la grande tensione emotiva e lo sforzo di mantenere il controllo su tutto ciò che non le era gradito, faceva si che lei scaricasse sul mouse il suo disagio! Terzo esempio. Sicuramente eclatante ed esagerato……ma questo è quello che succede, ed anche il male che noi facciamo a NOI stessi. Arriva al mio studio un signore sui cinquanta anni con un tremendo dolore alle mani e alle spalle. L’atteggiamento del suo corpo è piegato in avanti e così anche gli avambracci, le mani sono chiuse come se afferrassero qualcosa; sembrava tutto uno spasmo. Le sue mani prima e, lui dopo, mi raccontano che si occupa della terra, è un agricoltore-allevatore. Chiedo cosa gli è successo e da quanto tempo sta così e lui mi risponde : “ E’ quasi un mese che ho questo dolore, va e viene, ma ora sono tre giorni che è peggiorato e non posso più muovere nulla. Faccio le solite cose di sempre! Sa, con la campagna! “ Comincio il mio trattamento di Rieducazione e dopo una ora le braccia e le mani sembrano aprirsi come se fossero di burro! Non ne potevano più di quella posizione! Dopo quattro sedute era tornato come nuovo ma non si ricordava come era arrivato a quel punto….Alla quinta seduta, torna come se non avessimo effettuato nessun trattamento; come se fosse la prima volta che veniva!! “questa volta deve dirmi per forza cosa ha fatto! “ e lui “ niente, dovevo finire di sistemare la palizzata delle pecore, e la sera, quando ho finito, non sono riuscito più a muovermi”. Mi faccio spiegare come, e con che cosa lui possa eseguire questo lavoro, e scopro che per piantare i paletti della recinzione, usava, al posto della mazza, le MANI!!!!! Si, avete capito bene; il recinto, metri e metri di rete, fermato ogni tanto da un paletto piantato con le mani!!!! Il corpo come un attrezzo!!! Ma perché ci facciamo così male? Questo ultimo episodio sembrerebbe veramente una esagerazione, ma guardate che noi facciamo lo stesso! Quando? Quando per esempio vogliamo vedere la casa pulita e in ordine e per ottenerla puliamo sul pulito anche quando siamo stanchi! Ma davvero si devono lucidare i vetri una volta a settimana?; davvero si deve spolverare o lavare in terra almeno una volta al giorno? Davvero se sono stanca morta “non posso andare a dormire se non ho lavato i piatti” ? davvero se ho settanta anni e una famiglia numerosa da accudire, dal momento che mi alzo alle sei per cominciare l’opera, non mi posso riposare due ore il pomeriggio e nonostante la terapia questo dolore alla schiena non mi passa????” Perché se siamo tanti in famiglia solo io devo tenere in ordine ed occuparmi della casa? Gli altri lavorano e studiano? E allora? Un tempo vivevamo in armonia con i ritmi della natura:giocavamo all’aperto, correvamo per prati, ci arrampicavamo sugli alberi, di giorno vivevamo la nostra vita la sera dopo Carosello andavamo a dormire.. Il latte per colazione non dava intolleranze a nessuno, ed era buono il pane e prosciutto alla ricreazione della scuola. Sulle scale della nonna cantavamo e per la strada giocavamo a campana…..E’ vero la vita era più corta (!! Ne siamo proprio certi? Perché a guardare come e chi colpisce il cancro, non mi pare ci sia molta differenza!) ma solo perché non avevamo farmaci a disposizione e di molte malattie non si conoscevano cure . Mia nonna, ricordo, era molto più vecchia di qualsiasi donna di oggi della sua età! Lei non si curava il viso, non andava dalla parrucchiera, ma non l’ho mai vista in disordine. Oggi la maggior parte di noi ha bei vestiti, borse firmate, case confortevoli, vacanze programmate, ma………ci manca qualcosa…… Vi siete mai chiesti che cosa ci manca? Ci manchiamo NOI. Si è vero, viviamo un momento della nostra realtà davvero difficile. Persone che perdono il lavoro, ragazzi che non lo trovano, malattie che mietono senza guardare in faccia nessuno…….. Ma per favore, torniamo ogni tanto CON NOI!. Con affetto, a tutte le persone che chiedono il mio aiuto, Maria Grazia